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la confessione
Scritta da: dodicimarzo (1)

Del gioco della confessione me ne avevano parlato. Mi era sembrato erotico e intrigante, ma poi il tempo l’aveva cancellato passandoci sopra con l’alternarsi dei giorni. Non ero una ragazzina e saltuariamente, con una combriccola di amici ex universitari ci divertivamo a parlare di argomenti sessuali e anche di pratiche bdsm non hard, ma che nessuno di noi aveva mai messo in pratica tranne una sola volta con uno strip poker in cui due di noi ed altrettanti maschi erano finite in mutandine ed io ero stata legata per scherzo e sottoposta al solletico delle amiche.
Da qualche settimana frequentavo Piero che faceva parte del gruppo e con lui avevo instaurato un rapporto che coinvolgeva sentimenti, giochi e sesso. Lo facevamo solo in coppia ed eravamo diventati fissi. Quando gli raccontai la fantasia del gioco della confessione comprese che volevo sottopormici. Dopo un paio di settimane Piero aveva preparato l’avvenimento ed un sabato sera accadde
Fu in una seconda casa di campagna di un’amica comune che partecipò al gioco. Era autunno, il freddo non era pungente, ma la stufa della sala faceva atmosfera e scaldava le fantasie. La confessanda ero io; fra i presenti sapevo della presenza di Piero e della amica; niente altro. Mi fu detto di restare in camera finchè non fossi chiamata( non dovevo apparire agli altri prima di metà gioco). Dal rumore dei mobili capivo che la sala stava per esser preparata. Sentivo rumori di sedie che venivano mosse e voci smorzate degli ospiti che arrivavano alla spicciolata; poi la musica di sottofondo appena udibile: mi parvero canti gregoriani che mettevano l’animo inquieto e la testa in subbuglio anche perché conoscevo lo svolgersi del gioco della confessione. Piero mi portò un Campari, mi invitò a berlo come scioglilingua e mi avvertì che il gioco stava per iniziare. Mi baciò sulla guancia come si bacia un’amica, mi fece i complimenti per la lunga gonna di velluto blu che lui aveva scelto per me per quell’occasione e scomparve.
Nella completa oscurità fui fatta sedere su una sedia al centro della stanza: sentivo le presenze di altre persone che facevano da perimetro, ma non riuscivo a distinguerle: una voce maschile non troppo vicina mi chiamò per nome: era il confessore. La voce mi fece immaginare un uomo maturo, una figura ieratica con un certo fascino, ma era solo la mia immaginazione. Del gioco me ne avevano parlato: adesso c’ero dentro ed una certa emozione stava assalendomi; per due volte dovetti schiarmi la voce.
Tu conosci il gioco: solo io farò domande su qualunque argomento; tu non potrai non rispondere; tu non sei obbligata a dire la verità, ma se non vuoi dovrai comunque rispondere con la tua immaginazione e con la tua fantasia. Voglio metterti a tuo agio: comincia a dire chi sei , come agisci, come credi di essere in amore, nelle relazioni, nel sesso in generale. La confessione non sarà per te una semplice passeggiata, e come sai alla fine ti sarà comminata una penitenza decisa dai presenti. Tu non sei nuova alle pratiche bdsm, sarà in questo ambito che tu la sconterai. E ora cominciamo.
Parlai per una decina di minuti aiutata da qualche domanda che non scavava troppo dentro: dissi che provavo emozione, che ero anche eccitata dal fatto di non vedere il confessore, né di vedere gli altri di cui annuivo la presenza per il loro respirate ed piccoli colpi di tosse maschile. Poi a poco a poco le domande si fecero sempre più pressanti e toccarono la sfera del sesso più intima: all’inizio su precise domande ammisi quanto ero abituata a fare: masturbazione frequente,accoppiarmi in tutte le posizioni possibili e mi dilungai sulla preferita : esser io sopra e guidare io i movimenti. Il confessore volle che descrivessi le sensazioni provate e mi dilungai. Avvertivo che l’atmosfera della stanza stata scaldandosi, ma non per la stufa; quando il confessore mi obbligò a descrivere il mio modo di provare orgasmo e simularlo sentii i respiri dei presenti più frequenti. Ed anche i miei lo erano. Ci provai, ma non fui convincente. Mi ripetè l’ordine e mi avvertì che la durezza della penitenza stava prendendo una svolta severa; quello che avevo tentato di esternare non era orgasmo, era una venuta in solitario ed in quasi silenzio. Mi invitò quindi a simulare un vero orgasmo completo ed in tutta la sua lunghezza. Ci fu un momento di imbarazzo, ma mi feci coraggio: dovetti fingere per tre volte perché il confessore non era certo che nelle prime due mi fossi completamente immedesimata: l’ultimo orgasmo simulato venne bene; tirai un lungo respiro perché avevo il fiato corto ed il caldo in pancia: ansimai sempre più profondamente col diaframma che ormai si contraeva da solo…. e poi un lungo e sguaiato urlo liberatorio come in realtà accadeva.
Il mio pensiero andava a Piero; certo che ora manifestavo a tutti solo “rumori” noti a lui e pensavo che lui stava eccitandosi come tutti, me compresa. Il confessore non lasciava tregua; con voce ferma disse che adesso dovevo togliermi ogni schermatura e che ad ogni sua domanda voleva adeguata risposta; le domande scivolarono su argomenti di cui non si parla senza un po’ di pudore e su cose che nemmeno alla migliore amica confesseresti. Ma questi erano i patti del gioco ed al gioco dovevo stare. Dovetti confessare che talvolta spontaneamente desideravo i rapporti anali, di come fossi eccitata nel sentire caldo in pancia quando il maschio ti lancia generose spruzzate di sperma, della differenza degli orgasmi anali, più completi ed emozionanti, del perché talvolta non ingerissi lo sperma in occasione dei rapporti orali, di quante volte, di quanti uomini, di dove, di come.
Ormai ero in potere del confessore: era riuscito a farmi “confessare” cose che neppure Piero conosceva nei dettagli. Io ero confusa ed eccitata ed immaginavo lo scombussolamento delle menti dei presenti che ora sentivo solo muoversi nervosamente sulle sedie ed i loro respiri più frequenti. Poi la parte più difficile; il confessore mi invitava a esternare le mie fantasie, di aprire l’armadio segreto delle mie pulsioni. Balbettai qualcosa, ma non sapevo da dove iniziare. Il confessore mi venne in aiuto chiedendomi se avessi mai fatto sesso con una donna e se avessi mai provato sesso a tre. Cominciai dalla risposta più facile: a parte qualche innocente affetto da ragazzina mi ero solo toccata con un’amica; niente seguito né allora, né poi. Il confessore , contento della risposta quasi candida, non chiese oltre, ma tornò sul sesso a tre: avevo mai provato?
No, non l’avevo mai fatto, ma pensato si e spesso. Mi ricordai che il confessore mi aveva detto che non dovevo necessariamente raccontare la verità, ma potevo mescolarla con le mie fantasie. Risposi di si. Come, dove, quando, in che modo e le emozioni; questo mi chiedeva ora il confessore. Confessai.
“Era la scorsa primavera e stavo andando a Roma per il concorso di abilitazione; nel mio scompartimento c’erano due uomini ed anche loro facevano lo stesso viaggio; si parlò di Roma, delle mie speranze, del loro lavoro. Erano impiegati tecnici in una grosso complesso e giravano il mondo. Anche loro andavano a Roma dove era la loro sede e dove avevano un piccolo appartamento; avevano qualche anno in più, non erano male. Dopo tre ore di conversazione eravamo diventati quasi amici; non mi fu difficile accettare l’invito a trovarci per cena in una pizzeria a metà strada. Feci una rapida doccia in hotel e li raggiunsi
La conversazione fu spigliata, buona la pizza, un vinello fresco e frizzante scendeva liscio e alzava l’allegria. Parlammo di cose serie e di cose divertenti; salii da loro per un limoncello. Ordinato l’appartamento, bello il terrazzo che faceva vedere una Roma dai tetti rossi come non l’avevo mai vista. La sera era tiepida e l’inizio dell’ora legale regalava le ultime luci. Il limoncello era freddo da freezer e la bottiglia vide presto il fondo.
All’invito opposi solo una piccola resistenza formale. Ora era distesa a letto fra due amici; uno mi piaceva particolarmente; fu lui che iniziò ad accarezzarmi sopra l’abito leggero, poi mi baciò ed io sentii che altre mani stavano accarezzandomi i seni. Non opposi resistenza: quattro mani mi spogliarono velocemente e due bocche mi esploravano tutta. I seni per primi. Ho sempre avuto seni piccoli, ma capezzoli prominenti e sensibili che ora erano turgidi e che venivano leccati e succhiati da un amico, mentre l’altro leccava in basso. Ero scossa da fremiti ed ero pronta; la mia bocca ormai baciata da ambedue a turno reclamava altro. Avevo ora un pene in bocca e una lingua andava e veniva pennellando di saliva la mia vagina. Ora i fremiti si trasformavano in sussulti: la voglia di esser riempita era irresistibile. Fui contentata: ora spampinavo uno mentre l’altro mi scopava ed io mi inarcavo per farlo affondare mentre in bocca l’altro stantuffava ritmicamente. Ormai avevo perso il controllo: li volevo, volevo entrambi e la sensazione di procurare piacere a due maschi contemporaneamente mi stordiva. Cambiarono; ora ero a pancia in giù ed in bocca avevo l’altro ancora bagnato di me. Sentivo che l’orgasmo era vicino e non solo il mio. La nostra posizione cambiava continuamente quasi in modo sincronico; eravamo in tre a fare l’amore ed era come ci fossimo conosciuti da sempre che l’avessimo fatto da tanto. Ora ero io nella mia posizione preferita: sopra. Ero io che mi muovevo cadenzando i movimenti per sentirlo più in fondo, ma non potevo ansimare troppo che la bocca era occupata a funger da vagina mentre con la mano aiutavo i movimenti del pene. Due mani mi abbassarono le spalle ed ora ero china con la lingua dell’altro che frugava la mia bocca ricambiato; ero sudata, il caldo l’avevo dappertutto, il mio busto era sdraiato su lui, i miei seni erano appiccicati, le mie ginocchia abbracciavano i suoi fianchi. Ci muovevamo ritmicamente in cerca del momento ed i nostri respiri erano corti. Poi un dolore dapprima piccolo, poi più intenso: stavo per esser sodomizzata. Feci per ritrarmi ma due braccia mi schiacciarono sul petto dell’altro. Ora tutto si era inumidito, tutto si era fatto vischioso dai miei umori e dalla loro saliva; avevo due peni in corpo che ora si muovevano ed ero io a dare il ritmo. Il loro orgasmo precedette il mio. Sentii i loro schizzi caldi con una nuova sensazione di calore contemporaneo su due pareti. Ci sentirono i vicini. Dopo dieci minuti io ero in mezzo abbracciata dai due che continuavano ad accarezzarmi. Ero felice; nessun senso di colpa. Era successo lì e lì era finita. Non ci siamo più visti”
Sentii che il mio racconto aveva scaldato i presenti ed anche la voce del confessore era cambiata. Ero sudata e non riuscivo ad immaginare lo stato d’animo di Piero. Fui condotta in camera ad attendere la penitenza che sarebbe stata decisa dal confessore e da Piero e dalla quale non potevo sottrarmi. Ebbi il tempo di sciacquarmi e di darmi una calmata che il racconto aveva preso anche me.
Quando fui riaccompagnata nella stanza c’era un po’ di luce che lasciava solo intravedere i presenti ma non riconoscerli; la musica di sottofondo aumentò il volume. Cercavo di vedere Piero, ma sentii solo qualche sua parola prima della sentenza che il confessore dichiarò ad alta voce: "la confessanda dovrà essere spogliata dal suo uomo fino alle mutandine e in tal veste mostrarsi ai presenti. La confessanda si sposterà sul divano e resterà a completa disposizione del suo uomo. Gli altri potranno guardare ed udire, ma non intervenire". Il divano fu portato in mezzo alla stanza. Ora finalmente potevo sentire la reazione di Piero; Piero mi conosce, non avrà creduto al mio racconto che è solo fantasia, forse ben raccontata, ma sempre fantasia.
Piero girò il divano, in modo che tutti potessero intravedere, mi abbassò le spalle e mi fece inginocchiare sopra, mi abbassò le mutandine ed un dolore acuto mi fece gridare. Fu la sua vendetta.

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